Recensione di “Port of Miami 2” di Rick Ross

L’8 Agosto del 2006 uscì un album che, per certi versi, rivoluzionò la musica rap e aprì la strada alle evoluzioni del genere che sono avvenute negli anni successivi. Sto parlando di “Port of Miami”, l’album di debutto di Rick Ross. A 13 anni di distanza il Boss è tornato con “Port of Miami 2”, un album che di certo non lascia indifferenti.

Se “Port of Miami” raccontava la vita di Rozay prima del botto ed era un disco attento a narrare la vita dei gangsta della città della Florida, “Port of Miami 2” si distacca da quella visione di gruppo e si concentra principalmente sulla vita di Rick Ross che, al contrario di come ci ha abituato, non si limita ad atteggiarsi da boss e a raccontare la bella vita che conduce, ma cerca anche di parlare di lati della sua personalità più sensibili e nascosti. Ovviamente è sempre un disco di Rick Ross, l’autocelebrazione e il vantarsi del proprio tenore di vita sono ancora presentissime. Il Boss, però, è diventato più motivazionale e ha cercato anche di raccontare la sua filosofia di vita. I pezzi che rappresentano di più questo lato dell’album si trovano verso la fine e sono, per esempio, “I Still Pray”, in cui l’artista ricorda anche il malore potenzialmente mortale che l’ha colpito qualche mese fa, “Running the Streets” e “Gold Roses”.

Proprio “Gold Roses” in collaborazione con Drake è stata celebrata dal campione NBA Lebron James, che ha detto che Rick Ross e Drake insieme non deludono mai. I featuring di questo disco, in generale, non hanno affatto deluso. Le scelte non sono state fatte per rendere virale qualche singolo, infatti, eccezion fatta per gli amici storici Drake, Meek Mill e Lil Wayne, gli ospiti non sono rapper di fama smisurata, bensì artisti che sono riusciti a lavorare in sinergia con Rick Ross e aumentare il valore di questo disco. La strofa migliore, forse, è quella di Denzel Curry, che si conferma come uno dei rapper più in forma del momento. In “Port of Miami 2” è anche contenuta una delle ultime strofe di Nipsey Hussle, che lancia pure una frecciatina a 6ix9ine.

Il disco risulta quindi diviso in due, i primi 8 pezzi, principalmente calmi, sono la celebrazione del lifestyle e del successo. Dopo questi ci si imbatte in “Born to Kill” in collaborazione con Jeezy, pezzo molto crudo che parla di strada senza mezzi termini. Dopo questo brano si apre la parte dell’album in cui il rapper di Miami si mostra più maturo e serio.

Ciò che questo album mi ha trasmesso è che Rick Ross sia davvero un discendente di Biggie, non solo per l’aspetto fisico, ma per tutto un complesso di atteggiamenti che Notorious B.I.G. ha trasmesso a Rozay come un padre fa con un figlio. Entrambi, infatti, sono quel tipo di rapper street e con molta credibilità, essenzialmente egoisti e concentrati sul loro successo, che rappano in maniera intoccabile. “Untouchable” era Biggie e così è oggi Rozay, un rapper che parla dall’alto dei milioni del suo patrimonio e dall’alto di tutte le esperienze vissute nella vita, con il rispetto di tutta la scena. I due sono quel tipo di rapper adatto sia a creare dei banger aggressivi sia a rappare su campioni vecchi e basi strumentali lente, quel tipo di rapper che si sa misurare con chiunque. Ciò che manca ora a Rick Ross per arrivare al livello di Notorious B.I.G. è il sublime storytelling che l’artista newyorkese padroneggiava magistralmente, raccontando esperienze e storie molto toccanti.

Recensione a cura di Matteo Pinamonte https://www.instagram.com/pinuch23/

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