Intervista a Numi

Numi ha pubblicato di recente il suo nuovo disco, “Fast Cheap Good”, e allora abbiamo scambiato una chiacchierata con lui.

Ciao Numi, sei tornato da poco sulla scena romana dopo due anni di assenza, sei contento?

Ciao, sì sono super contento. Diciamo che è stata un’assenza per quanto riguarda la pubblicazione di nuovi dischi, in realtà durante il 2023 ho pubblicato un po’ di singoli che vedevano featuring di nomi di spicco della scena romana come Volume ft. Yamba, Movin fast ft. Naver, Booty ft. William Pascal. Sicuramente un ritorno così massiccio con un album di cui sono pienamente soddisfatto è una gioia e una liberazione enorme al tempo stesso.

Il tuo percorso è iniziato un po’ di tempo fa ti va di raccontare come e quando ti sei approcciato al rap?

È iniziato tra la fine delle elementari e l’inizio delle medie. Come molti dei miei coetanei l’avvicinamento è stato tramite i programmi televisivi come Mtv e la scoperta dei rapper mainstream: gli americani Eminem, 50 cent, fino a Fabri Fibra, Mondo Marcio, Marracash e i Dogo in Italia. Andando ad esplorare i primi video su youtube mi imbattei nel 2thebeat e mi appassionai al freestyle. Così il mio primissimo approccio alle rime e al rap in generale fu il freestyle, con i miei amici iniziavamo a improvvisare delle sfide per puro divertimento, per dare sfogo alla creatività e all’istintività. C’era chi più o meno era portato o in fissa, io potevo andare avanti ore, ero completamente appassionato e spiccavo tra i più bravi. Da lì in poi iniziai a registrare i miei primi brani. Il primo in assoluto che pubblicai fu un brano in cui, tra le tante rime, ci andai giù pesante con la mia prima ragazzetta del liceo, ero rimasto scottato da una grossa delusione. Il brano fece il giro della scuola e del quartiere, da lì iniziai a crederci e prendere il rap più seriamente.

Non ho potuto fare a meno di soffermarmi sul featuring di Yamba, ci racconti come lo hai conosciuto e come mai hai deciso di inserirlo nel progetto?

Ci siamo conosciuti tra il 2013/2014 frequentavamo lo stesso studio di registrazione ad Acilia, poi abbiamo suonato insieme nel 2014 a un grosso live al pontile di Ostia. Da lì siamo entrati più in confidenza e gli dissi di passare da Dephabet, da poco avevo scoperto Depha che si trovava dall’altra parte di Roma, ma a fare beat era già un talento e con lui avevo già iniziato a produrre i primi brani.
Con Yamba abbiamo collaborato molte volte e pubblicato molti video, lo considero un amico in questo rap game.

I tuoi testi sono ricchi di storytelling e si capisce che sei molto legato a Roma. C’è un brano in particolare nel quale ti rispecchi di più?

In tutti i miei brani mi rispecchio totalmente e allo stesso tempo ognuno di essi rispecchia un periodo della mia vita o un lato della mia personalità. Mi rendo conto che il mio rap può risultare molto autobiografico, ma d’altronde cerco di rendere il personale universale, di portare il mio immaginario. Lo dico anche in una rima del brano Quello che serve “parlo di me perché che cazzo parlo a fare? Perché ‘sto rap lo prendo sul personale. L’alternativa qual è? Generalizzare? Andare incontro ai gusti, affermare senza poi crederci”. Il rischio di non portare la propria storia in musica è quello di risultare banale o essere un artista qualunque. Per quanto riguarda questo disco, il brano a cui mi sento più legato è Fast Cheap Good, perché lo trovo molto sperimentale e non mi annoia mai. Mi rispecchio comunque in tutti i brani in modo diverso.

Anche le produzioni richiamano l’attitudine, cupa e street che ti contraddistingue. Per questo disco avevi già le idee chiare o il processo creativo è nato spontaneamente?

È stato un processo molto spontaneo, dopo lavoro chiudevo il pc aziendale per aprire quello personale e mettermi con una birra a fare dei beat, oppure il sabato o la domenica mattina, dopo una sveglia in hangover. Mi divertivo a cercare i sample e a creare dei loop potenti. All’inizio alcuni dei beat presenti nel disco volevo mandarli a qualche rapper affermato, volevo provare a lanciarmi come produttore. Poi mi sono affezionato al sound, ho iniziato a scriverci… Ed eccoci qua. La maggior parte dei beat del disco sono miei, altri sono affidati a Dephabeat, Pablo Limo, Otalay.

Sei soddisfatto del lavoro che ne è uscito? Sono previsti dei live?

Sono pienamente soddisfatto del progetto. Per il modo spontaneo in cui è venuto fuori e per la prima risposta che ha avuto. È un progetto che nonostante le ore di sessione, di mix e master ancora non mi stufa al riascolto, spero resti così nel tempo.
Prevedo sicuramente di suonare, sto cercando di organizzare una data a Roma e una anche a Milano. Vediamo come evolve la situazione. Grazie per lo spazio, vi aggiorno!

Intervista di Valeria Giudicotti

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