E lasciateli divertire! Recensione di Machete Mixtape vol.4

In questi giorni quasi tutti hanno ascoltato e commentato “Machete Mixtape vol.4”, disco ammazza record rilasciato venerdì. Quando si parla di un album che fa parte di una serie c’è sempre la tentazione di compararlo con gli altri episodi, tuttavia bisogna evitare questo cliché se si vuole comprendere a pieno questo episodio. Compararlo con i precedenti sarebbe ancora più sbagliato se si considera che questo è un mixtape di gruppo, che ha cambiato interpreti da un episodio all’altro.

Palazzeschi, poeta futurista, intitolò una sua poesia “E lasciatemi divertire”. In questa poesia l’italiano fa valere la propria volontà di divertirsi con suoni e parole anche senza trasmettere per forza un messaggio, sostenendo che anche gli artisti non hanno le risposte alle domande esistenziali e che quindi non debbando essere sempre seri, nonostante la gente li voglia così. Questa poesia di Palazzeschi racchiude l’essenza di Machete Mixtape vol.4, un mixtape realizzato per divertirsi e sperimentare, per giocare con i suoni. Un mixtape che neanche aspira ad essere serio ed introspettivo in ogni suo passaggio. L’alternanza degli artisti rende MM4 imprevedibile e capace di cambiamenti repentini da una traccia all’altra. L’attitudine ignorante e grezza è comune a quasi tutte le tracce e quasi tutti i rapper presenti, e permette a tutti di mettere in mostra le proprie capacità tecniche, la capacità di maneggiare diversi flow e creare chiusure ad effetto che lascino l’ascoltatore a bocca aperta. Nonostante lo stile dei macheteri non sia duro e cattivo come in passato, anche qua i protagonisti hanno provato ad opporsi alle strutture sociali tradizionali e obsolete italiane. Questo mixtape è da ascoltare con attenzione da capo a fondo perché rime con gran significato e valore si nascondono in quasi ogni pezzo, da quelli più leggeri a quelli più introspettivi.

L’alternanza costante degli artisti, però, non ha permesso lo sviluppo di un album armonico e con un vero concetto di fondo da sviluppare nei brani. Inoltre le produzioni sono basate su suoni spesso distrorti e simili, che attingono qua e là a trap, reggaeton e techno. L’unione di queste caratteristiche ha creato un effetto ripetitivo: ogni canzone, infatti, ha lo stesso concept di fondo, le stesse tematiche, che spesso sfociano in autocelebrazione, e una base simile. “MARYLEAN” e “NO WAY”, dove gli artisti si mostrano più introspettivi e le produzioni meno aggressive e confuse, sono gli unici due pezzi del disco che riescono a smarcarsi chiaramente da questa tendenza. Un’altra pecca sono le chiusure scontate e le rime già sentite che emergono in qualche pezzo, che diminuiscono l’originalità lirica del mixtape.

Se si volesse davvero comparare con i primi episodi della saga “Machete Mixtape”, la differenza tra questo episodio e gli altri si può racchiudere in una citazione di Marracash: “capisci la spocchia se capisci il sacrificio”. Nei mixtape precedenti i macheteri raccontarono i loro sacrifici e le loro delusioni, e come questi abbiano provocato in loro sentimenti duri. Qui invece i sentimenti espressi sono diversi e più soft, e si uniscono alla consapevolezza di non dover più dimostrare niente a nessuno. Per una volta, lasciateli divertire!

Articolo a cura di Matteo Pinamonte

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