“92”: la rinascita di Maruego

“Che fine ha fatto Maruego?”, questa era la domanda che si ripeteva nella mia testa qualche anno dopo l’uscita di “Che ne sai”, progetto che le casse del mio stereo ricorderanno bene, dato che era costantemente in play.

Nel 2014 per me non c’era nessuno all’altezza di Maruego: era fresco, originale, lo vedevo già in cima alle classifiche a fare la storia. Eppure, le cose non andarono proprio così. La storia comunque l’ha fatta. Chi seguiva la scena rap prima del boom del 2016, saprà benissimo che l’ondata trap in Italia è arrivata proprio grazie a Maruego. Quel sound che ha permesso al rap di diventare il genere dominante in Italia è figlio di “Cioccolata”, di “Click Hallal”, di “Sulla stessa barca”. E i suoi pezzi non erano solo melodie orecchiabili, lui aveva qualcosa da dire.
Poi, il silenzio. Qualche brano qua e là, ma nessuna costanza.


“92”, il nuovo album di Maruego, è il racconto di questo percorso travagliato: un ritratto intimo che va oltre l’artista e che mette a nudo Oussama, un ragazzo comune che ha sete di riscatto, di rivalsa. Che ha assaporato il peggio e vuole riprendersi il meglio. Questo lungo silenzio è stato straziante: ma se non ci fosse stato, quest’album non avrebbe visto la luce, e Maruego non avrebbe mai fatto un salto in avanti, né nella musica né nella vita.
L’album si apre con “Terra Bruciata”, uno dei brani più personali di “92”. Le barre si dispiegano su un beat classico e malinconico, in cui la parola chiave è “perdita”: dei soldi, del successo, dei rapporti. Maruego racconta i suoi problemi, le sue paure, e senza più nulla da perdere vuole provare a riprendere tutto: tanto, cosa potrebbe andare storto? Tanti altri pezzi sono poi delle vere e proprie autobiografie. Prendiamo “92”, brano che dà il nome all’album e che rappresenta l’anno di nascita di Maruego: va dall’infanzia difficile, dalla vita nel quartiere, dai primi veri problemi fino ad ora, anno in cui decide di fondare “La Crème” per lasciarsi tutto alle spalle.
Oppure c’è “Moneygram”, in cui Maruego si sfoga, quasi a voler urlare e uscire fuori dalle casse: “hai mai visto quanto me?/ Pianto quanto me?/ Ucciso quanto me?/ Sei mai morto come me?” e poi “sono io mio fratello, sono io mio papà/ Sono io l’etichetta, sono io il manager”, come a voler riprendere il concetto di “NCCAPM”: solo io ci credo, solo io posso salvarmi, sia fuori che dentro la musica. Non dimentichiamo “B.I.T.H.”, il mio pezzo preferito: sarà forse il beat, sarà forse il testo, ma quando l’ho messa in play me ne sono totalmente innamorata. È la storia di un’amicizia andata in frantumi, senza però nessun rancore; traspare solo un sentimento agrodolce che deriva dal ricordo di vecchi tempi ormai andati.


Da un po’ di tempo la scena italiana mi lascia indifferente: “92”, però, mi ha regalato un entusiasmo che non provavo da parecchio tempo. Non è mai banale, mai ripetitivo, sia dal punto di vista del sound che dei testi. Se dovessi definirlo userei il termine coraggioso: a Maruego, infatti, non interessa seguire la wave. Vuole mettersi in gioco e mostrare di che pasta è fatto, restando, in questo senso, fedele a se stesso. È un album che consiglierei a chiunque cerchi la verità, perché è poi questa, in fondo, l’anima del disco. In “ZB Freestyle” dice di attendere di essere nominato uomo dell’anno. Non so se, effettivamente, a dicembre qualcuno gli darà questo titolo. Con “92” però sicuramente si è messo in carreggiata, e per quanto mi riguarda posso già nominarlo artista più sincero dell’anno.

Articolo di Giordana Fichera.

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Tags: Maruego

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