Blackson: Generation +

La passione per l’hip-hop, le prime amicizie poi sfumate nel vento, il duro scontro con la vita reale ed infine la voglia di riscatto: quella di Blackson è la storia di un ragazzo umile e talentuoso che tenta di lasciare la propria impronta nel mondo a suon di rime, e non sembra spaventato da tutto il sudore che dovrà continuare a versare per ritagliarsi un posto tra i migliori.
Quando gli chiedo di raccontarmi un po’ di sé lo fa nella maniera più limpida e sincera possibile:
sono uno di quei ragazzi neri (originario del Ghana, ndr) nato al sud, in provincia di Caserta. All’inizio i miei genitori hanno avuto la fortuna e la sfortuna di conoscere una famiglia legata alla malavita, quindi in verità il mio primo approccio con il mondo non è stato traumatico. Le cose andavano bene, noi stavamo bene, ma poi il mio padre di battesimo è stato fatto fuori. A questo punto i miei genitori decisero di andare via, cambiare vita ed emigrare al nord, in un paesino in provincia di Verona, e le cose cominciarono a cambiare. Lì, insieme ad un altro ragazzino, ero l’unico bambino di colore, e iniziarono le prime prese per il culo. Ricordo che quando avevo all’incirca 11 anni, un ragazzino più grande di me voleva scambiare il premio che avevo vinto alla tombola, un pallone. Lui mi diceva “dai, scambiamoci i giochi”, io mi rifiutavo e lui con prepotenza mi fece uno sgambetto. Sono finito per terra e per un po’ di tempo dovetti andare in giro con la faccia e l’occhio gonfio. Ti racconto questo piccolo aneddoto per farti capire che io il razzismo l’ho sempre visto in faccia”.

Comincio a pensare a quanto sia strana la vita: regala tanto, e in fretta toglie tutto, costringendo un bambino ad affrontare situazioni che non riesce ancora a comprendere, ma che inevitabilmente lo segneranno per sempre. Poi prosegue: “per fortuna e per sfortuna i miei si separarono, e a quel punto mi trasferì a Verona città. Lì conobbi l’hip-hop, e la mia vita cambiò per sempre. Conobbi l’altra faccia dell’Italia non razzista, quella che ti sa voler bene per chi sei, che non guarda il colore della tua pelle. Era sul finire degli anni ’90, iniziai con la breakdance, il beatbox, mi interessai anche al mondo del freestyle ma ero molto acerbo, mi piaceva farlo ma non capivo realmente cosa stessi facendo. Dal 2004 in poi le cose cominciarono a farsi più serie: frequentavo solo gente interessata all’hip-hop, e anche se ai tempi percepivo già della competizione, ricordo quel periodo con amore. In fondo ce ne fregavamo, ci interessava solo fare quello. Poi nel 2010 conobbi Mastafive, il mio primo manager, e da lì cominciai a fare sul serio anche con le gare di freestyle. Partecipavo al Tecniche Perfette, arrivavo in semifinale, in finale, e il mio nome girava. Arrivò il mio primo contratto discografico.”
Le cose però non andarono come sperava: “io pensavo di essere la gemma del rap italiano: ero l’unico ragazzo nero e non ne vedevo altri, pensavo di avere qualcosa di diverso, avevo qualcosa da dire, ma forse la gente non era pronta a sentire un ragazzo nero e le sue paranoie su un disco.
Nel 2015 Blackson si trasferisce in Inghilterra, prima a Londra e poi a Leeds: “La prima volta che arrivai in Inghilterra era per una vacanza. Ricordo che ero in centro a Londra, a Piccadilly Circus, e vidi che da una Jaguar usciva un tipo nero in giacca e cravatta, con un Rolex, la 24 ore, scarpe in pelle, e io rimasi a bocca aperta. Non ero abituato a vedere il successo, ed è lì che capii che può essere di tutti i colori: c’è il nero di successo, l’asiatico di successo. Mi sentivo piccolissimo, e se mi sembrava strano vedere un nero, come me, che sfoggiava così il suo successo, forse voleva dire che l’Italia non era il posto giusto per me.


È questo allontanamento dall’Italia che gli permette di crescere, sia personalmente che artisticamente. Mettendo a confronto i suoi primi lavori con i più recenti, si percepisce come vi sia un percorso che partendo da giù arriva in su; influenzato dai suoni targati UK crea uno stile proprio, diventando uno dei primi artisti italiani a parlare di “grime italiano”, facendosi portatore di
un movimento che, con le carte giuste, potrebbe realmente svoltare la scena nostrana troppo spesso impegnata a litigare senza mai portare sul tavolo fatti e innovazione.
Ci soffermiamo poi sul brano “Fuoco”, uscito per Real Talk: aggressivo, arrabbiato, crudo e diretto, oltre ad essere un pezzo al 100% grime, rappresenta un Blackson che volta pagina, che dice quello che pensa senza cercare di farsi piacere a tutti. E il suo dissing a Massimo Pericolo, infatti, non è piaciuto a tutti. Il riferimento è ad un pezzo del 2015 in cui rappa: “sono il capo di sti ne*ri come l’uomo bianco”.
Gli chiedo quindi di parlarmene, e gli faccio notare come in pochi abbiano capito il senso delle sue rime: è come se non si fosse consapevoli del banale fatto che il rap, pure quello italiano, deriva da un rap che in verità appartiene ai neri. Si tratta di una cultura cui troppo spesso si manca di rispetto, e ciò accade perché di fondo non c’è consapevolezza, non c’è quella knowledge di cui tanto si parla. È troppo facile gridare all’hype senza riflettere sulle motivazioni che spingono un ragazzo nero ad infuriarsi così tanto. Blackson pensa che “probabilmente lui non è nemmeno razzista, però conosce il popolo italiano, per cui fa una rima che è scioccante sia da una parte che dall’altra: sciocca i neri, quelli svegli e intelligenti che si incazzano, e poi ci sono gli italiani che ascoltano questa roba che se sono razzisti gli danno ragione, se non lo sono tacciono. I fan italiani sono come i tifosi, tifano per quella squadra e del resto se ne fregano, lo stesso vale per il pubblico che ascolta il rap italiano, si tende ad elevare l’artista. Questi non sono supporter, sono fanatici, la linea è molto sottile, e il fanatismo è sbagliato.


Nel brano spende qualche parola anche nei confronti di Tommy Kuti, e mi incuriosisce molto la storia, non per del mero gossip da copertina, ma perché si tratta di due ragazzi afroitaliani che da grandi amici sono diventati perfetti sconosciuti, e forse, se le cose fossero andate diversamente, insieme avrebbero potuto creare un grande movimento. “Eravamo in crew assieme, facevamo gare di freestyle ed eravamo gli unici ragazzi neri, quindi chi beccavano o era Tommy Kuti o era Blackson. Dopo il 2013, quindi dopo la partecipazione ad MTV Spit e Italia’s Got Talent, lui e gli altri membri della crew cominciarono a farmi la corte. Ero finito in tv e il mio nome un po’ girava. Nacque questo progetto di creare una crew composta solo da ragazzi italiani neri, e io spesso dall’Inghilterra mi recavo a Brescia per contribuire. Poi ci rivelò di un progetto con Paola Zukar e noi eravamo contentissimi, pensavamo che ci avrebbe tirati dentro, ma la storia non andò così. Si faceva sentire solo per avere il nostro parere, oppure se aveva bisogno di una mano per scrivere i pezzi. E quando lo aiutavo e scrivevo le barre, anche per pezzi molto famosi con personaggi influenti del rap italiano, non mi dava alcun credito, nemmeno un grazie. Cominciò a farsi gli affari suoi.


Ci spostiamo poi sul concetto di afroitaliani, termine che fa un po’ storcere il naso a Blackson perché limitante per certi versi: “ultimamente ci sono più ragazzi neri che ascoltano la mia musica, però non vedo tanto coinvolgimento da parte della comunità afroitaliana. Non si è così uniti, se io faccio un evento a Milano non vengono tutti i neri di Milano a sostenermi, perché c’è ‘sta cosa del “tu non sei nessuno”, e quindi non ci si spinge come si vuole far credere. Il discorso è che prima di iniziare a parlare di dare possibilità ai neri o a ragazzi italiani di seconda generazione, bisogna creare un mercato. Se gli afroitaliani non comprano musica made in Italy, cosa ci si aspetta? Come faccio a rompere le scatole alle major, dicendo che voglio più spazio perché rappresento una minoranza quando la minoranza stessa non mi supporta? Gli afroitaliani poi sono comunque italiani, togli l’afro e restano italiani, semplicemente i loro genitori vengono da altri posti ed hanno una ricchezza in più. Non mi piace mettere i puntini sulle i, piuttosto dovremmo soffermarci su problematiche reali, ad esempio lo ius soli: molti italiani, pur essendo nati qui, non vengono tutelati. Bisognerebbe riflettere su questo. Quando sono in Italia mi considerano africano, quando vado in Ghana divento solo italiano, in Inghilterra sono italiano ma con diverse sfaccettature, e io mi sento solo diverso, è davvero difficile da spiegare.
Infine, Blackson parla del suo desiderio di tornare in Ghana: un po’ per vivere il Paese con i suoi occhi, dato che la sua percezione è sempre stata filtrata dallo sguardo dei genitori. E poi perché sogna un futuro in cui potrà usare la sua ricchezza per aiutare la sua gente e il suo luogo d’origine. Non voglio augurargli buona fortuna: non ne ha bisogno. So che con il suo talento riuscirà ad arrivare molto lontano.

Intervista e articolo di Giordana Fichera.

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